Stranger Things 5: quando il vero finale non è il mostro, ma le storie che restano
TRAUMAACCETTAZIONEINTEGRAZIONE
1/15/20263 min read


Partiamo da una cosa onesta.
Stranger Things resta un prodotto americano, con tutte le sue iperboli: sparatorie ovunque, situazioni poco credibili, escalation continue che a tratti sembrano più videogioco che realtà. Non è una serie “realistica”, e non vuole esserlo.
Eppure, proprio dentro questa cornice iperbolica, Stranger Things 5 riesce a essere sorprendentemente stimolante dal punto di vista psicologico. Perché sotto i mostri, le dimensioni alternative e le battaglie finali, c’è un lavoro molto accurato sulle storie di vita, sui traumi e su ciò che resta quando l’emergenza finisce.
La scelta narrativa che più mi ha colpito è chiara: il cattivo muore prima del gran finale. Non alla fine, non come ultimo atto catartico, ma a metà dell’ultima puntata. Questo sposta completamente il fuoco del racconto. Non siamo più lì per “sconfiggere il nemico”, ma per osservare cosa succede dopo.
Ed è una scelta estremamente adulta.
Nella vita – e in psicoterapia – non cerchiamo davvero un colpevole. Individuare “il mostro” può dare un sollievo momentaneo, ma non produce cambiamento. Quello che cerchiamo sono le cause, i pattern, le ricorrenze che continuano a ripresentarsi. Solo così possiamo smettere di riprodurle nel presente e iniziare a scegliere strade nuove.
Stranger Things 5 fa esattamente questo: elimina il nemico e poi guarda le persone.
La parte finale della stagione non è una battaglia, ma una ricomposizione. I fili narrativi di tutti i personaggi vengono ripresi e rilanciati nel futuro. Alcuni trovano una direzione, altri restano sospesi, altri ancora – come la protagonista, che sappiamo essere viva ma non “risolta” – ci ricordano che certe storie non finiscono, si trasformano.
È una rappresentazione molto realistica di ciò che accade dopo un trauma: non c’è un finale chiuso, ma una riorganizzazione della vita.
Un altro aspetto che ho trovato particolarmente riuscito è il modo in cui la serie tratta le relazioni e la sessualità. Senza proclami, senza didattica, ma con una naturalezza rara. Vediamo una coppia interraziale, una coppia omosessuale femminile, un coming out gay, una relazione eterosessuale “classica” che si interrompe, e due ragazzi profondamente emotivi che gravitano attorno a una leader donna forte e carismatica.(Ricordiamoci... siamo negli ANNI 80!)
Dal punto di vista psicologico è interessante perché la sessualità non è il conflitto centrale. È parte della vita, non il problema da risolvere. La serie normalizza la complessità relazionale, mostrando come le identità affettive non siano rigide ma fluide (ma allo stesso tempo definite, questo è prezioso!), integrate nella storia personale di ciascuno.
Anche sul piano simbolico, Stranger Things 5 lavora molto sui grandi modelli di eroi ed eroine. La leader femminile richiama apertamente una figura alla Sarah Connor: determinata, traumatizzata, competente, non addomesticabile. Non chiede di essere salvata, ma di essere seguita. Uno dei due spasimanti, invece, è fragile, emotivo, quasi “apocalittico” nel suo modo di stare al mondo, ricordando certi personaggi di The Walking Dead: non eroi classici, ma sopravvissuti emotivi. È un ribaltamento interessante dei ruoli tradizionali: la forza non coincide con l’assenza di emozioni, e la vulnerabilità non è debolezza.
Ma c’è un altro elemento psicologico potentissimo che merita spazio: Vecna e il trauma.
Vecna non nasce mostro.
Vecna nasce da un trauma che viene letteralmente sepolto.
La miniera in cui entra in contatto con l’origine dei suoi poteri non è solo un luogo fisico, ma una metafora chiarissima: è il posto in cui il trauma viene messo sotto terra, isolato, non condiviso. È lì che avviene la frattura decisiva. Non tanto per il potere in sé, ma per ciò che segue: il primo omicidio.
Uccidere per la prima volta è un evento traumatico enorme anche per chi lo compie. È un’esperienza che spezza l’identità (un saluto a Voldemort!). Vecna non elabora questo trauma, non lo racconta, non lo condivide. Lo incorpora. E da lì in poi, quel trauma diventa struttura di personalità.
Dal punto di vista clinico è molto chiaro: il trauma non tematizzato, condiviso, lavorato tende a diventare identità. Non resta un evento, ma una lente attraverso cui leggere il mondo.
Ed è qui che il confronto con gli altri personaggi diventa centrale. Gli altri non superano il trauma da soli. Non lo tengono sepolto. Non lo trasformano in ideologia. Lo condividono. Lo raccontano nel gruppo. Lo rinarrrano. Lo tengono dentro una relazione. E lo trasformano.
Questa è la vera differenza tra Vecna e il resto del gruppo: non il potere, ma la possibilità di stare nel trauma insieme a qualcun altro. Dove Vecna si isola e si irrigidisce, gli altri restano in relazione. E la relazione diventa contenimento, trasformazione, possibilità di non essere definiti per sempre da ciò che è accaduto.
Forse il messaggio più forte di Stranger Things 5 è proprio questo: il cambiamento non avviene quando il mostro cade, ma quando smettiamo di vivere come se fosse ancora lì. Quando smettiamo di reagire e iniziamo a scegliere.
Ed è una lezione che vale ben oltre una serie TV.
Se senti che nella tua vita il “mostro” è già stato affrontato, ma resta da capire come andare avanti, lavorare sulle traiettorie, sulle ricorrenze e sulle scelte, questo può fare davvero la differenza.
A volte non serve un colpo di scena, ma un percorso di terapia ;).
