La vita invisibile di Addie LaRue: libertà, solitudine e relazione.

LIBERTÀSOLITUDINERELAZIONE

1/30/20262 min read

Ho appena finito La vita invisibile di Addie LaRue di V. E. Schwab e, se dovessi scegliere una parola per descriverlo, direi: libertà. Non quella romantica o idealizzata, ma quella che ti mette contro le aspettative, contro la famiglia, contro il “si è sempre fatto così”. Addie vive nel 1714 e il suo destino è già scritto: matrimonio, ruolo, appartenenza. Ma lei non vuole essere scelta. Vuole scegliere. In questo gesto c’è un primo tema fortissimo, che parla anche a noi: l’emancipazione come diritto di non aderire a un copione imposto.

Ogni processo di emancipazione, però, comporta una frattura. Separarsi dalle aspettative significa attraversare un conflitto profondo tra appartenenza e identità. Addie porta questo conflitto all’estremo: pur di non essere imprigionata in una vita non scelta, stringe un patto con l’Oscuro. Ed è qui che la narrazione diventa simbolicamente potente. L’Oscuro non è il diavolo moralistico della tradizione cristiana; è una presenza più primordiale, con odore di terra e di bosco, più simile allo yin della filosofia orientale che a una figura demoniaca. È l’ombra. E in psicologia l’ombra non è il male, ma la parte non integrata di noi: desideri radicali, impulsi di rottura, bisogno di libertà assoluta.

Addie ottiene ciò che chiede: sarà libera, non costretta, non posseduta, non definita da nessuno. Ma il prezzo è altissimo: nessuno potrà ricordarla. Qui il romanzo tocca un punto psicologico centrale. L’identità non è solo una narrazione interna; è anche relazionale. Esistiamo perché qualcuno ci riconosce, ci nomina, ci tiene nella propria memoria. Essere dimenticati significa vivere senza conferma, senza specchio. È una forma estrema di invisibilità che, in modi meno letterali, molte persone conoscono: sentirsi non visti, non scelti, non riconosciuti.

Il cuore del libro è proprio questa altalena: se resto nel copione imposto, perdo me stessa; se scelgo la libertà radicale, rischio di perdere la relazione. È il conflitto evolutivo tra autonomia e appartenenza che attraversa la vita adulta. Quanto posso differenziarmi senza rompere i legami? Quanto posso essere me stesso senza restare solo? La libertà assoluta, senza connessione, si trasforma in solitudine. E la solitudine prolungata, se non integrata, rischia di svuotare il senso stesso della libertà conquistata.

Dopo trecento anni accade qualcosa che riequilibra questa tensione: qualcuno riesce a ricordarla. Sarebbe facile leggere questo passaggio come l’arrivo di un salvatore, ma psicologicamente è più interessante pensare che in quei tre secoli non sia cambiato solo il mondo, sia cambiata Addie. Ha attraversato l’ombra, ha imparato a stare nella propria solitudine senza esserne distrutta, ha costruito una consistenza interna che prima era solo ribellione. Quando finalmente viene ricordata, non è solo perché l’altro è speciale, ma perché lei è diventata più integra. Non è più fuga dal vincolo, ma identità capace di stare sia nella libertà sia nella relazione.

Questo è forse il punto più maturo del romanzo: la libertà non è assenza di legami, ma possibilità di scegliere legami senza annullarsi. Molte volte nella vita facciamo piccoli “patti” per sentirci liberi: cambiamo lavoro, città, relazione. Tagliamo ciò che ci definiva. A volte è necessario. Ma se la libertà non è accompagnata da un lavoro interno sull’ombra, rischia di lasciarci invisibili anche a noi stessi. Il vero equilibrio non sta nel negare il bisogno dell’altro né nel dissolversi in esso, ma nell’integrare entrambe le polarità.

Forse, allora, la domanda psicologica che resta non è se scegliere la libertà o la relazione, ma questa: nella tua vita stai cercando di essere libero da qualcuno o stai costruendo una versione di te abbastanza solida da poter essere ricordata senza perdere te stesso stando con qualcuno?