Harry Potter 5: il dolore che ti cambia e le scelte che ti definiscono
LUTTOINTEGRAZIONEIDENTITÀ
1/1/20263 min read


Harry Potter è prima di tutto un libro che un film.
E questa cosa, secondo me, si sente. Si sente nella profondità dei personaggi, nella crescita lenta, stratificata, a volte dolorosa, che accompagna chi legge volume dopo volume.
È una saga fantasy, certo. Ma è anche uno dei più riusciti romanzi di formazione degli ultimi decenni.
Una storia che parla di crescita, di lutti, di scelte morali, di identità che si costruisce nel tempo.
E lo fa mettendo subito in scena un parallelismo potentissimo:
Harry Potter e Tom Riddle (Voldemort).
Due orfani.
Due bambini cresciuti senza una famiglia stabile.
Due storie segnate da umiliazioni, abbandoni, traumi profondi.
Harry cresce in un sottoscala, invisibile, maltrattato, considerato un peso.
Voldemort cresce in un orfanotrofio, solo, freddo, già convinto che il mondo sia un luogo ostile.
Le premesse sono simili.
Le scelte, no.
Ed è qui che Harry Potter diventa psicologicamente interessante:
non è la storia che ti capita a determinare chi diventi, ma come scegli di rispondere a quella storia.
L’altra sera ho riguardato Harry Potter e l’Ordine della Fenice con le mie figlie.
Confesso: mi sono chiesto se fosse troppo presto per due bambine... la possessione, il lutto importante, la fine dell'incanto, di una magia infantile!
Ma mi sono chiesto anche quanto e per quanto devo mediare, proteggere, isolare!
Ed ecco i pop corn e la tv accesa: era arrivato il momento.
Il quinto libro segna un vero punto di svolta.
La magia si oscura. Il tono cambia. L’infanzia finisce davvero.
Ed è anche il libro in cui Harry affronta il lutto più profondo.
Non quello dei genitori, che non ha mai potuto vivere davvero, ma quello di Sirius Black.
Sirius è molto più di un padrino.
È la prima figura adulta che sceglie Harry.
La prima promessa di casa, di appartenenza, di futuro.
E proprio quando quella possibilità prende forma… viene strappata via.
Dal punto di vista psicologico, questo è devastante.
Perché non è solo una perdita: è la perdita di ciò che avrebbe potuto essere.
Sirius, però, lascia a Harry una delle frasi più importanti dell’intera saga:
“Il mondo non si divide in brave persone e Mangiamorte.”
È una frase semplice. Ma è una bomba.
Ci dice una cosa che in terapia vediamo continuamente:
la nostra mente tende ad assolutizzare, a dividere il mondo in buoni e cattivi, giusto e sbagliato, vittime e colpevoli.
Ma la realtà psicologica è molto più complessa.
Le persone non sono etichette.
Sono scelte quotidiane, spesso contraddittorie, spesso ambivalenti.
Sirius lo sa bene.
Lui stesso viene da una famiglia oscura, violenta, ideologicamente malata.
E qui entra in scena un altro elemento potentissimo: la casa dei Black.
La casa non è solo un luogo.
È una metafora dell’eredità familiare. Le pareti parlano. I ritratti urlano.
Il passato non sta zitto.
In psicologia diremmo che quella casa è una perfetta rappresentazione di ciò che chiamiamo trasmissione transgenerazionale:
valori, traumi, copioni emotivi che passano di generazione in generazione.
Sirius quella casa la rifiuta. La rinnega. Lo fa in modo ribelle, adolescenziale, a volte impulsivo.
Ma lo fa perché sente che per essere se stesso deve rompere con ciò che è stato prima di lui.
E questo tema — guarda caso — è lo stesso di Harry. Ed è lo stesso, in negativo, di Voldemort.
Harry e Voldemort partono da ferite simili, ma fanno scelte opposte.
Voldemort trasforma il trauma in ideologia.
Costruisce un’identità fondata sul controllo, sulla purezza, sul potere.
Harry trasforma il trauma in relazione.
Si lega agli altri. Accetta l’aiuto. Si espone al dolore pur di non diventare solo.
In termini psicologici, potremmo dire che uno sceglie la difesa, l’altro la relazione.
E questo è il cuore della saga.
Nel quinto libro compare anche uno dei personaggi più interessanti dal punto di vista simbolico: Luna Lovegood.
Luna è fuori asse. Sembra vivere tra le nuvole. Non aderisce alle logiche comuni.
E proprio per questo vede cose che gli altri non vedono.
A un certo punto dice a Harry: “Le cose che perdiamo hanno un modo tutto loro di tornare da noi, alla fine. Anche se non sempre come ce lo aspettiamo.”
Nel contesto parla di scarpe.
Ma sappiamo tutti che sta parlando di altro. Sta parlando del lutto. Della perdita.
Del fatto che alcune presenze non tornano come prima, ma si trasformano.
E' un messaggio delicatissimo: non tutto ciò che perdiamo scompare.
Alcune cose cambiano forma, diventano memoria, valore, direzione.
Harry Potter, libro dopo libro, ci accompagna in un processo che potremmo chiamare individuazione: la costruzione di un’identità fondata su valori scelti, non ereditati passivamente.
Non sei ciò che ti è successo.
Non sei la tua famiglia.
Non sei il tuo trauma. Sei ciò che fai con tutto questo.
Ed è forse per questo che, anche da adulti, questa saga continua a parlarci così forte.
Perché ci ricorda che crescere non è diventare invincibili, ma restare umani.
E che, anche quando il mondo sembra dividersi in bianco e nero, la vera sfida è abitare le sfumature.
Se questi temi — identità, eredità, scelte, lutti — risuonano in questo momento della tua vita, fermarsi a guardarli con qualcuno può fare la differenza.
A volte non per trovare risposte immediate, ma per fare spazio alle domande giuste.
