Bobiverse: cosa resta umano quando diventi un software?
IDENTITÀSOGGETTIVITÀLIBERTÀ
6/1/20263 min read


Qualche mese fa ho iniziato ad ascoltare la saga del Bobiverse di Dennis E. Taylor — Noi siamo infinito-1, Perché siamo in tanti-2 e Tutti quei mondi-3 , e devo ammettere una cosa: questo è uno di quei casi in cui esce violentemente il mio lato nerd.
Quella parte che ascolta termini ipertecnici di ingegneria spaziale, intelligenze artificiali, sonde auto-replicanti… e capisce forse il 40% di quello che viene detto, ma si entusiasma comunque.
Eppure, sotto tutta questa estetica ultra-tecnica da fantascienza “hard”, il cuore della saga è profondamente umano.
La premessa è semplicissima e geniale: Bob, un ingegnere informatico, decide di crioconservare il proprio cervello dopo la morte. Peccato che muoia praticamente subito dopo aver firmato il contratto. Quando “si risveglia”, secoli dopo, scopre di essere diventato un software. Una coscienza digitalizzata destinata a pilotare una sonda spaziale.
Ed è qui che la saga inizia a diventare psicologicamente interessantissima.
Perché la domanda implicita è enorme: se i tuoi ricordi, il tuo modo di pensare, il tuo umorismo e la tua coscienza vengono copiati… sei ancora tu?
Uno degli aspetti più belli del romanzo è che Bob inizia a replicarsi. Nascono altri Bob, copie di sé stesso. Ma ogni copia, col tempo, cambia. Sviluppa preferenze diverse, relazioni diverse, persino personalità differenti.
E questa parte mi ha colpito tantissimo perché racconta qualcosa che vediamo continuamente anche nella vita reale: non siamo identità fisse.
Anche due persone cresciute nello stesso ambiente, con la stessa educazione, possono svilupparsi in modi completamente differenti. Perché non è solo l’origine a definirci, ma l’esperienza, gli incontri e il contesto.
In psicologia questo tema è centrale: l’identità non è un blocco statico, ma qualcosa che si costruisce continuamente nella relazione col mondo. Ed è bellissimo che un libro pieno di astronavi e formule matematiche riesca a raccontarlo così bene.
Il Bobiverse gioca continuamente con una domanda quasi filosofica: se una coscienza può essere trasferita, replicata e conservata… allora cos’è davvero “l’anima”?
Il libro non dà una risposta definitiva — e per fortuna. Però obbliga a stare dentro il dubbio.
Perché Bob non è un software “freddo”. Continua ad affezionarsi, a soffrire, a creare legami, a provare curiosità, a sviluppare senso di responsabilità verso altre specie viventi.
E allora viene quasi da chiedersi se l’umanità non sia legata al supporto biologico, ma alla capacità di entrare in relazione. Tra tutte le cose che mi porto dietro da questa saga, forse la più forte è proprio questa: l’esplorazione.
Bob continua a viaggiare nello spazio spinto da qualcosa che non è solo sopravvivenza. È curiosità. È desiderio di conoscere. E per chi legge è esplorazione delle diverse identità di Bob, sempre più diverse, ma comunque integrate (PERCHE' RISPETTOSE UNA DELL'ALTRA E COLLABORANTI)!
A un certo punto compare anche il concetto dell’“uomo siderale”, questa idea dell’essere umano che attraversa il cosmo non per conquistare, ma per esplorare. E credo che questa sia la parte che più mi aggancia personalmente.
Perché anche il lavoro terapeutico, in fondo, ha qualcosa di molto simile. Entrare nella storia di qualcuno richiede uno spirito esplorativo. Curiosità autentica. Disponibilità a incontrare qualcosa di diverso senza volerlo controllare subito.
Nel Bobiverse, l’umanità distrugge quasi sé stessa. Guerre, estremismi, lotte ideologiche. La Terra diventa progressivamente invivibile.
Eppure nello spazio accade qualcosa di interessante: Bob sviluppa un forte attaccamento verso civiltà completamente diverse dalla nostra. Alcune molto primitive, altre infinitamente più evolute e persino pericolose.
La reazione, però, non è sempre distruggere. Spesso è capire. Osservare. Proteggere.
Ed è qui che la saga smette di essere “solo fantascienza”. Perché il modo in cui trattiamo il diverso dice moltissimo su chi siamo. Le civiltà aliene diventano quasi uno specchio psicologico: mostrano all’essere umano i propri limiti, le proprie paure, ma anche la propria capacità di cooperare.
C’è anche un elemento molto affascinante nel modo in cui il libro gioca con religione e archeologia. Senza diventare complottista, suggerisce una domanda interessante: e se alcuni miti o alcune “presenze divine” fossero state interpretazioni primitive di incontri con civiltà più avanzate?
Ma il punto non è dimostrare l’esistenza degli alieni. Il punto, secondo me, è un altro: l’essere umano ha sempre avuto bisogno di costruire narrazioni per spiegare ciò che non comprende.
E questo vale ancora oggi. Anche nelle nostre vite personali, spesso creiamo spiegazioni, simboli, storie che servono a dare ordine al caos. La cosa più bella del Bobiverse è che, pur parlando di IA, cloni, spazio profondo e guerre stellari, continua a tornare sempre lì: alle relazioni, all’identità, alla trasformazione.
Bob cambia continuamente. Le sue copie cambiano. Le specie che incontra cambiano lui. E forse è proprio questa la definizione più autentica di essere umano: non avere una forma definitiva, ma restare capaci di esplorare. Non solo lo spazio esterno, ma anche quello interno. E allora la domanda che mi ha lasciato questa saga è:
quanto della tua identità oggi nasce davvero da ciò che scegli di esplorare… e quanto invece da ciò che hai semplicemente ereditato senza più metterlo in discussione?
