Anima: il dolore che seppelliamo non smette mai di parlare

PERDITÀTRAUMAANGOSCIA

6/9/20263 min read

Qualche libro fa, una collega che stimo molto mi ha consigliato Anima di Wajdi Mouawad. Mi sono fidato... e devo dire che è stata una delle letture più intense degli ultimi anni.

Non so se dire che mi abbia fatto piangere. Sicuramente mi ha profondamente commosso. In alcuni passaggi ho dovuto chiudere il libro per qualche minuto. Non perché fosse semplicemente triste, ma perché riusciva a toccare qualcosa di molto profondo: quel dolore che crediamo di aver lasciato alle spalle e che invece continua a vivere dentro di noi.

Anima è un romanzo duro. A tratti durissimo. Inizia con un evento traumatico terribile: il protagonista, Wahhch Debch (anche il nome ha un senso), rientra a casa e trova la moglie brutalmente assassinata. Da quel momento inizia una ricerca dell'assassino, (ma non per vendetta!) che attraversa il continente americano, ma soprattutto attraversa la sua storia personale. Perché quel trauma non arriva da solo: ne risveglia altri, molto più antichi, sepolti nell'infanzia e nelle pieghe della sua identità. e la ricerca dell'assassino e ricerca della verità, di se.

Ed è forse questo il tema psicologico che mi ha colpito di più.
Spesso immaginiamo il trauma come qualcosa che appartiene al passato. Qualcosa che possiamo chiudere in una stanza, abbassare la luce e dimenticare.
Ma il trauma non funziona così.

È più simile a una radice che continua a crescere sottoterra. Anche quando non la vediamo, continua a cercare spazio. E prima o poi riaffiora. Magari in una relazione. Magari in una paura apparentemente irrazionale. Magari in una rabbia che sembra sproporzionata rispetto all'evento che l'ha scatenata.

Nel romanzo accade esattamente questo.
La morte della moglie non crea il dolore. Lo riattiva.
Come se un filo rimasto nascosto per anni venisse improvvisamente tirato, facendo muovere tutta la rete collegata.

Ed è una dinamica che incontro spesso anche nel lavoro clinico. A volte le persone arrivano portando un problema attuale: una separazione, un conflitto, un attacco di panico, una crisi esistenziale. Poi, poco alla volta, emerge che quel dolore non nasce lì. Lì semplicemente si è reso visibile.

Un altro aspetto che mi ha colpito moltissimo è che Anima mostra come la sofferenza non sia mai davvero individuale. Il dolore si trasmette. Attraversa le persone, le famiglie, le generazioni e perfino le società.
Nel romanzo emergono continuamente pregiudizi, stereotipi, discriminazioni, violenze collettive. E la sensazione è che ogni atto di violenza ne generi altri, come una serie di cerchi concentrici nell'acqua.

Quando leggiamo certe pagine è impossibile non sentirsi privilegiati per essere nati in un contesto relativamente sicuro. E allo stesso tempo è impossibile non rendersi conto che molte delle atrocità raccontate nel libro non appartengono solo al passato. Continuano a esistere, sotto forme diverse, anche oggi.
Forse è proprio questo uno dei messaggi più difficili del romanzo: finché continuiamo a cercare un colpevole assoluto, qualcuno da collocare interamente dalla parte del male, rischiamo di non comprendere davvero come nasce la violenza.
Che, attenzione, non significa giustificare.
Significa provare a capire. Perché solo ciò che comprendiamo può essere trasformato.
E qui Mouawad è spietato. Ci costringe continuamente a osservare quanto il dolore non elaborato possa propagarsi da una persona all'altra, da una generazione all'altra, come una ferita che continua a riaprirsi.

Poi c'è l'espediente letterario che rende questo libro unico. La storia non è raccontata dagli esseri umani. A osservare il protagonista sono gatti, uccelli, insetti, cani, cavalli e decine di altri animali. Ogni capitolo assume il punto di vista di una creatura diversa.
All'inizio sembra una scelta quasi bizzarra. Poi si comprende la sua forza.
Gli animali osservano senza le nostre razionalizzazioni. Senza le nostre giustificazioni. Senza i nostri sistemi morali. Guardano. E basta.

In qualche modo ci restituiscono un'immagine dell'essere umano più nuda e più autentica. Leggendo, mi è venuto da pensare che facciamo qualcosa di simile anche in terapia. Non perché osserviamo le persone come animali, naturalmente.
Ma perché spesso il lavoro consiste proprio nel rallentare le spiegazioni e tornare all'esperienza.
A ciò che è accaduto. A ciò che è stato sentito. A ciò che continua a fare male.

Perché è solo quando riusciamo a guardare una ferita che possiamo iniziare a prendercene cura.

Anima è uno di quei libri che difficilmente consiglio a tutti. È troppo intenso, troppo violento, troppo doloroso per essere una lettura leggera. Ma è anche uno di quei libri che, una volta terminati, continuano a lavorare dentro. Forse perché ci ricorda una verità semplice e scomoda:

quello che proviamo a seppellire non scompare. Continua a cercare una strada per essere visto. E spesso la guarigione non inizia quando smettiamo di soffrire, ma quando troviamo finalmente il coraggio di guardare quella sofferenza negli occhi.

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